Internazionalizzazione: cos’è, il contesto nazionale e percorsi per entrare in questo settore economico.

LE IMPRESE GUARDANO AI MERCATI INTERNAZIONALI

Cosa vuol dire internazionalizzare un’azienda? Dove e quando nasce l’esigenza per le imprese di spostare i propri orizzonti al di fuori dei confini nazionali?

Con il termine internazionalizzazione intendiamo quel processo strategico di lungo periodo volto alla conquista stabile di nuovi mercati, che comporta una revisione della struttura organizzativa dell’impresa.

Facciamo un passo indietro per meglio inquadrare l’origine di questo fenomeno. Negli anni ‘80 del secolo scorso, su spinta degli Stati Uniti d’America, ha inizio il processo di delocalizzazione (da non confondere appunto con l’internazionalizzazione) facilitato anche dalla libera circolazione delle merci, una delle libertà fondamentali garantite dall’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.
L’art. 28 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea prevede il divieto di dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente per tra gli Stati membri, con la creazione di un’unione doganale e l’adozione di una tariffa doganale comune negli scambi con i Paesi terzi.
Delocalizzare significa spostare un pezzo del reparto produttivo dell’azienda all’estero, in Paesi a bassi costi di sistemi produttivi come alcune aree dell’est Europa, la Cina, il Sud-Est asiatico, il Nord Africa e il Sud America.
A partire dalla seconda metà degli anni ‘90 prende avvio quindi un fenomeno di movimento delle aziende italiane (favorito anche dalla riforma del sistema bancario nel 1995). Il fenomeno di delocalizzazione, che ad oggi coinvolge ancora poche aziende e in particolare afferenti al manifatturiero, è andato ad esaurirsi con i primi anni 2000, quando le imprese hanno cominciato ad orientarsi verso l’apertura del proprio business a Paesi diversi da quello di origine per acquisire quote di mercato crescenti, anche in virtù dell’aumento dei costi della manodopera nei Paesi in cui avevano delocalizzato.

Questo è il caso della Cina che è diventata una vera e propria economia emergente, passando dall’essere assemblatore a produttore finale di beni con una grande attenzione a ricerca e sviluppo sulle proprie supply chain interne (dal 4 al 20% di output complessivo di beni prodotti nel settore manifatturiero). Si stima che entro il 2035, oltre la metà dei consumi avverranno in Cina e nei Paesi emergenti.

L’obiettivo principale di internazionalizzare un’azienda risiede nel creare delle teste di ponte stabili, da cui lanciarsi alla conquista di nuovi mercati.

«Spostare uno stabilimento all’estero, infatti, ha senso se si ha un mercato vicino che supporta. Le aziende infatti si sono progressivamente spostate vicino ai consumatori, sempre più orientate all’attenzione al cliente» spiega Roberto Corciulo, presidente e CEO di IC&Partners, uno studio di riferimento nell’ambito della consulenza per l’Internazionalizzazione delle imprese.
Tuttavia la gran parte delle aziende italiane ha mantenuto i quartieri generali in Italia.

Il processo di globalizzazione ha contribuito a creare delle catene globali del valore (CGV) dove, per portare un esempio, i pezzi di una bicicletta vengono prodotti in Paesi diversi e vengono assemblati in più mesi.

Esistono tuttavia Paesi che adottano politiche commerciali ed economiche che sostengono la sostituzione delle importazioni con la produzione interna, come l’Import Substitution Industrialization (industrializzazione per sostituzione delle importazioni). La Russia, dopo le sanzioni emanate dagli USA, ha adottato questa politica volta ad agevolare chi produce in loco. In questo caso molte aziende italiane che esportavano in quei Paesi si sono spostate lì per riuscire a stare sul mercato.

Altre aziende italiane, invece, hanno riportato la produzione nel Paese di origine spingendo verso il Made in Italy.

Continua Corciulo: «In questo contesto, anche la globalizzazione sta profondamente cambiando, in ragione delle tensioni commerciali e delle barriere tariffarie tra diversi Paesi. Le nuove tecnologie, l’aumento delle capacità industriali e la crescita della domanda imporranno un ripensamento delle catene del valore, che si stanno sempre più regionalizzando. La globalizzazione ha spinto, a partire dalla metà degli anni ‘80, la creazione di reti produttive frammentate e specializzate sia per costo della manodopera sia per la specializzazione tecnologica. Questo fenomeno, viene identificato nelle Catene Globali del Valore CGV, che sono diventate nel tempo i principali motori dell’economia globale e uno dei fattori principali della crescita del commercio globale.»

IL CONTESTO ITALIANO: COME SI COMPORTANO LE NOSTRE IMPRESE?

L’export rappresenta il 30% del PIL del nostro Paese (anche a dati 2020) ed è stato il driver della crescita nell’ultimo decennio, dopo la crisi del 2008.
L’export italiano verso Paesi europei è rappresentato dal 60-62% mentre raggiunge il 40% verso Paesi extra europei. Ad essere precisi non dovremmo conteggiare il primo dato, così come fanno gli Stati Uniti che considerano solamente l’export al di fuori della Federazione di Stati. Il primo Paese per volumi in cui esportiamo è la Germania seguita da Francia e Stati Uniti; anche se, guardando a ciò che la Germania rivende agli USA, ci rendiamo conto che il nostro primo cliente sono effettivamente gli Stati Uniti.

Note: Per distinguere tra micro, piccole e medie imprese ci affidiamo ai seguenti criteri:

  • micro impresa, meno di 10 addetti e fatturato annuo o totale di bilancio annuo inferiore a 2 milioni di euro;
  • piccola impresa, tra i 10 ed i 49 addetti e fatturato annuo o totale di bilancio annuo inferiore a 10 milioni di euro;
  • media impresa, tra i 50 ed i 249 addetti e fatturato annuo inferiore a 50 milioni di euro oppure un totale di bilancio inferiore a 43 milioni di euro.

L’atteggiamento delle imprese italiane rispetto ai processi di internazionalizzazione dipende fondamentalmente da un fattore culturale ovvero dal fatto che l’azienda si sia aperta a mercati esteri o meno. Nel primo caso avrà già avuto modo di allenare una nuova forma mentis, nel secondo mostrerà generalmente diffidenza per ogni attività che viene proposta. Adico (Associazione Italiana per la direzione commerciale marketing e vendite) ha condotto una ricerca sulle principali incertezze delle aziende italiane nell’affrontare l’internazionalizzazione offrendo interessanti spunti di riflessione che possiamo riassumere in tre macro questioni.

  1. l’individuazione di partner locali adeguati è considerato fondamentale parimenti per le imprese non ancora internazionalizzate e per quelle che hanno già raggiunto mercati esteri. Non scarseggiano infatti i professionisti in grado di offrire supporto alle aziende, tuttavia manca un efficace incrocio tra domanda e offerta ovvero le esigenze dell’azienda con il contributo professionale del consulente. Proprio a partire da questa consapevolezza è nato il servizio di scouting in favore dell’imprese di Mirware di cui ci ha parlato Flavio Caricasole, CEO e founder dell’azienda. «Abbiamo mappato oltre 3500 esperti operanti in strutture pubbliche o private. A fronte di una specifica esigenza comunicata dall’azienda che si rivolge a noi, siamo in grado di presentare una short list di professionisti che reputiamo siano più adatti.
    Una cosa che stiamo cercando di fare è sensibilizzare le aziende rispetto alle diverse modalità per approcciare un mercato estero, talvolta meno conosciute, come ad esempio partecipare a gare d’appalto in qualità di subcontractor per una fornitura verso mercati esteri. Un’altra attività di cui ci occupiamo consiste nel rendere visibili gli annunci di aziende italiane che cercano qualcosa in mercati esteri o di aziende estere che cercano qualcosa in Italia, segnalazioni presenti su siti istituzionali come ad esempio quello del Ministero dello sviluppo. Questo tipo di ricerca prendiamo come esempio il caso di un’azienda giapponese che cerca un’azienda italiana che produca calzature, avrebbe un costo altissimo per la singola realtà produttiva, in questo modo viene sicuramente ammortizzato»
  2. La scarsa conoscenza del mercato estero che porta spesso l’impresa a lanciarsi in un Paese senza aver effettuato uno studio preliminare sul mercato, sulla clientela, sul potenziale del proprio prodotto e del suo posizionamento prima di partire alla conquista.
  3. La complessità delle normative di import/export, le barriere doganali e logistiche e i problemi legati alla proprietà intellettuale, un elemento fortemente sottovalutato con il quale ci si scontra spesso troppo tardi con il rischio di perdere risorse economiche ed energie. Questo ultimo punto genera grande incertezza soprattutto tra le aziende già internazionalizzate. Per rispondere a questa esigenza le aziende con esperienza consolidata sui mercati esteri preferiscono avvalersi di figure interne competenti in specifici ambiti di intervento che hanno il compito di sensibilizzare l’impresa dall’interno offrendo supporto concreto e mirato.

«Le imprese che si sono già internazionalizzate ritengono questa operazione un fattore indispensabile per assicurare la crescita dell’azienda considerando possibile una concretizzazione del processo in meno di 12 mesi. Percezione che appare sfalsata per quelle aziende che non hanno ancora approcciato nuovi mercati, per il 60% delle quali sembra essere fondamentale ricorrere alle competenze specializzate di consulenti esterni. Solo il 41% di queste ritiene di avere in casa le conoscenze necessarie.» Spiega il giornalista de Il Sole24Ore, Alfonso Emanuele De Leon.

Le agevolazioni statali hanno rappresentato sicuramente una grande opportunità per l’avvio di nuovi processi (si pensi ai voucher per l’internazionalizzazione che coprono il 50% della spesa complessiva) tuttavia ha presentato delle criticità. In primis il rischio di spingere un’impresa a fare un passo per il quale non è ancora pronta affascinata dalla possibilità di affrontare un’operazione imponente a costi dimezzati, in questo modo viene esternalizzata sia la motivazione stessa dell’azienda che la progettualità, spesso affidata a studi di consulenza.
La seconda criticità riguarda l’evidenza secondo cui aprire l’undicesimo mercato per un’azienda ha probabilità di riuscita migliori rispetto all’apertura del primo mercato. Sempre per quel fattore culturale di cui sopra.
Roberto Corciulo sostiene che: «La velocità di adattamento sarà fondamentale e sarà la chiave di volta in questo contesto nuovo dove procederemo per adattamenti sequenziali. Sta nella resilienza e nella flessibilità delle piccole aziende italiane fare la differenza ma è importante che si superi il paradigma del “facciamo da soli”»

CHI PUÓ AIUTARE LE IMPRESE?

Ci aiuta a comprendere lo scenario Flavio Caricasole: «Le imprese non possono andare all’estero da sole, è evidente. Nel chiederci chi possa supportarle in questo delicato e ambizioso passaggio, identifichiamo due macrocosmi di operatori: gli aggregatori di impresa, pubblici o privati (per fare qualche esempio: il gruppo SACE, il Ministero dello sviluppo economico, le Camere di Commercio estere in Italia e quelle italiane all’estero) che veicolano opportunità da un punto di vista prevalentemente informativo oppure i privati come ad esempio le banche che creano e facilitano relazioni. Gli attori appena citati non portano di fatto le aziende all’estero, in questo senso entrano in gioco quei professionisti (studi legali, consulenti, commercialisti)» che scelgono di specializzarsi in servizi specifici nell’ottica “make or buy” come sostiene Corciulo che con IC&Partners, presente in 47 Paesi nel mondo, ha scelto di seguire tutta la filiera dell’internazionalizzazione meno l’apertura sui mercati, orientandosi quindi sul supporto all’investimento estero delle aziende italiane.

I NUOVI CHE AVANZANO

Come vengono formati i nuovi professionisti in grado di supportare le aziende in questa trasformazione? Queste competenze chiave sono riconoscibili in quei profili formati attraverso percorsi ITS post diploma in ambito internazionalizzazione e logistica o da corsi di laurea in ambito economico o linguistico. Tra questi possiamo citarne alcuni:

UniUD
https://www.uniud.it/it/didattica/corsi-offerta
Economia
Lingue

UniTS
https://www.units.it/offertaformativa
Economia e Management
Scienze Politiche e Scienze Internazionali e Diplomatiche
Interpretazione e Traduzione

In alternativa è possibile consultare tutte le opportunità formative presenti sul territorio nazionale offerta da Università e ITS sul portale https://www.universitaly.it/

IMPATTO COVID SUI PROCESSI DI INTERNAZIONALIZZAZIONE

Roberto Corciulo spiega come Il Covid abbia di fatto influito sul cambio di pelle della globalizzazione accelerando di almeno cinque anni una trasformazione già in corso. «La pandemia ha creato uno shock nella domanda-offerta rompendo le catene di fornitura, ricreando confini, blocchi alla libera circolazione delle persone ed in taluni casi delle merci e favorendo il “just in time”, il metodo utilizzato dalle aziende per evitare di immobilizzare grandi quantità di merce e quindi di denaro». Il risvolto negativo di questa politica produttiva si è verificato in fase di ripartenza quando la domanda è tornata a salire e i rifornimenti non sono sempre stati di facile e rapido reperimento. Le aziende si sono orientate ad una ristrutturazione preferendo catene di fornitura più vicine. Le tecnologie digitali in uso hanno contribuito a questa accelerazione si veda il sistema di e-commerce che porta ad avere inevitabilmente una competitività rispetto alla consegna di materiali grazie ad una logistica vicina ai mercati di riferimento. In questa logica non si creano più prodotti in serie ma personalizzabili».

«Quindi» conclude Corciulo «riassumendo, per punti generali e non esaustivi: shock domanda offerta; limitazione circolazione persone e merci; chiusura dei confini da parte degli Stati europei ed extraeuropei; Europa frammentata (27 Paesi che hanno preso 27 decisioni differenti); gestione della Pandemia bocciata; clima da guerra fredda in crescita tra Stati Uniti e Cina; necessario riposizionamento delle filiere globali del valore; disoccupazione; digitalizzazione. Troppi elementi e troppe variabili da prendere in esame contemporaneamente ma che obbligano le aziende a riconvertirsi velocemente e a capire quali sono le velocità di riavvicinamento del proprio settore e della filiera nella quale sono inserite»

UNO SGUARDO AL FUTURO

Corciulo: «In questo momento ogni azienda deve svolgere analisi strategiche complesse rispetto al contesto in evoluzione della propria struttura organizzativa e del proprio modello di business. L’area del commercio estero, o della internazionalizzazione, richiedono una attenzione prioritaria in quanto una delle prime domande che un imprenditore deve porsi è: esiste ancora il mio mercato? e se si, in Italia o all’estero?
Se la risposta è positiva, si devono analizzare tutte le variabili presenti e dell’immediato futuro poichè ci saranno Paesi che cresceranno più velocemente, che saranno in grado di reagire più velocemente e dove i nostri prodotti potrebbero trovare spazio. Dobbiamo lavorare molto in termini di analisi tecniche per identificare questi paesi target ed attivare politiche commerciali ad hoc. Si dovranno velocemente creare reti e alleanze con aziende del proprio settore e fare investimenti comuni sulle piattaforme commerciali digitali e investire da subito su persone (non sicuramente in eccesso visto il ritardo tecnologico del nostro Paese) che guidino questi processi. Si dovranno trovare forme di collaborazione efficienti e non costose che permettano di rispondere il più velocemente possibile. Così come si dovranno attuare necessarie integrazioni aziendali per crescere dimensionalmente e poter gestire gli investimenti per l’adattamento.»

FONTI

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